EXTRA MUSIC MAGAZINE

L'algoritmo dei Ciappter Ileven

di Alfredo Franchini

“C’era una volta un bell’algoritmo/ che si muoveva di qua e di là/ gironzolava sul web col ritmo/ di chi sa già quello che farà/ andava matto per Cipro e Malta/ dove si fanno le società/ i trust di diritto turco/ o se ti piace una bella Spa”.

La nuova economia dominata dalla finanza entra nel mondo della canzone con una band atipica formata da tre giornalisti del Sole 24 Ore: Mauro Meazza, Stefano Elli e Marco Lo Conte, abituati di giorno a raccontare i fatti economici sul quotidiano della Confindustria e di sera a salire sul palco facendosi chiamare Ciappter Ileven.
Nella terra dei cachi la canzone satirica non è una novità. I precedenti sono tanti, da Ettore Petrolini che metteva alla berlina i personaggi dell’epoca a Rodolfo De Angelis che novant’anni fa poneva una domanda di stretta attualità anche oggi: “Ma cos’è questa crisi”? Poi negli anni Sessanta la satira sociale in musica avrebbe toccato livelli altissimi con Renato Carosone, basti pensare a Tu vuò fa l’americano, e con Fred Buscaglione, l’uomo dal whisky facile che cantava di bulli e pupe. E così via negli anni. Edoardo Bennato riempiva gli stadi alla fine dei Settanta, (fu il primo a cantare a San Siro), ironizzando sul Papa, “affacciati, affacciati, benedici, guardaci, tanto son quasi duemila anni che stai a guardare” e persino su se stesso, “tu sei saggio, tu porti la verità, ah ah ah, tu sei un cantautore!

Si può ridere usando l’arma del vituperium e dell’ironia così come ha fatto in modo davvero feroce Fabrizio De André raccontando la storia di un servitore dello Stato, una guardia carceraria, costretto a rivolgersi all’antistato, don Raffaè, per ottenere qualche piccolo favore. Sorrideva Luigi Tenco prendendo di mira il consumismo, (La ballata della moda), negli anni del boom economico. Chi poi della satira ha fatto un uso abituale è Guccini, dalle prime ballate e dalla descrizione della Genesi attraverso un’opera buffa, sino al Testamento di un pagliaccio, brano inserito nell’ultimo disco di inediti, peraltro cupi. Andare, camminare, lavorare è il ritratto spietato che Piero Ciampi ha fatto degli anni del boom italico: “Il meridione rugge, il Nord non ha salite… il passato nel cassetto chiuso a chiave/ il futuro al Totocalcio per sperare” … Nel repertorio dei maggiori cantautori c’è sempre una pagina satirica a rimarcare il tempo in cui prevale l’ora del dilettante, come canta Max Manfredi e quella “civiltà fatta di menzogne/ di eserciti, di carogne/ preistoria degli equilibristi, decalogo degli analisti” cantata da Cristiano De André in Lady Barcollando.

 

Insomma, la canzone è spesso andata al cuore della società facendoci riflettere. Potremmo citare Gaber che praticò la satira nel Teatro canzone, (Io se fossi Dio/ non sarei mica stato a risparmiare/ avrei fatto un uomo migliore), e nemmeno Jannacci che, secondo Francesco Baccini – anch’egli maestro di satira con canzoni che avevano nomi e cognomi come Andreotti– è stato campione di ironia.
A chi si rifanno i musicisti-giornalisti Ciappter Ileven? Senza fare paragoni impossibili, le loro radici affondano nel cabaret milanese dei Gufi e dell’indimenticabile Nanni Svampa che, tra l’altro, aveva una laurea in Economia alla Bocconi.
L’algoritmo regola il lavoro e decide le nostre vite. Ci sono state persone che hanno perso il posto e altre che hanno perso i soldi investiti. Come un angelo custode, abbiamo tutti un algoritmo personale che sa cosa ci piace mangiare, che conosce i nostri amici e anzi li sceglie lui. Come se fosse un articolo di giornale i Ciappter Ileven cantano: si costruisce una piattaforma che ti permette di investire online; poi devi convincere il pensionato a investire dove tu vuoi, tanto lui non ha confidenza con l’elettronica e con il pc.

E allora prima si offre al malcapitato una consulenza e una cifra per iniziare, gli si apparecchia un bel conto in saldo e lui comincia a investire ma coi consigli sbagliati... quel conto inizia la discesa verso il rosso.
I tre giornalisti del Sole sono degli istrioni dalla rima facile, non perfetta ma efficace: “Attilio tu mi mandi in visibilio/ poi per un piccolo “sbalio”/ vuoi prendermi il mobilio”, con riferimento a Befera, l’ex capo dell’Agenzia delle Entrate. La musica segue gli stilemi del folk rock e tra i bersagli c’è ancora la Fornero definita “santa patrona degli esodati”. Ironia e comicità nel repertorio che diventa satira quando si tratta di descrivere lo stato dell’economia con brani come Il consulente o, come detto, l’Algoritmo.

Il gruppo degli economisti-musicisti tornerà sul palco tra novembre e dicembre di quest’anno per una serie di concerti di beneficienza con lo scopo di divertire ma anche di far riflettere sulle distorsioni del capitalismo perché si sa non sono solo canzonette.

Articolo pubblicato su Extra Music Magazine, 1 agosto 2023

Deledda, la madre

di Alfredo Franchini

Guccini diceva che a canzoni non si può far poesia ma quella del maestrone era una chiara provocazione: i versi poetici nascono con la musica.

È stato più difficile per Claudia Crabuzza, voce originale della musica sarda, trasporre sul pentagramma undici testi tratti dai romanzi di Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura. Un’operazione che è ha portato la letteratura alta dentro la canzone. “Grazia, la madre” è il titolo del CD, pubblicato assieme a un bel libretto, nello stile dell’editore Squilibri. Perché questo titolo? “La Deledda è la madre della cultura sarda”, spiega Claudia Crabuzza, “è una donna che ha precorso i tempi, è madre per l’innovazione portata in letteratura, per la modernità dello stile, per la libertà della sua espressione artistica e per aver trasformato il piccolo e angusto mondo delle sue origini in un racconto universale di esperienza e di volontà di emancipazione.

L’idea del CD-Book è di Stefano Starace che spiega: “Leggere i romanzi di Grazia Deledda ha fatto nascere in me l’idea e il pensiero che bisognasse rendere onore a una grandissima della letteratura. Una scrittrice influenzata dal verismo, dal realismo, dal naturalismo francese e soprattutto dai grandi narratori russi. Mi sembrava di trovare molta attinenza tra sardi e russi ma anche con i nativi americani dove la Barbagia era il Gran Canyon e i ranch le tancas, secondo segrete connessioni già messe in risalto, in musica, da De André nel disco dell’Indiano”.
Claudia Crabuzza, voce per due anni dei Tazenda, aveva cantato in precedenza Victor Jara e Violeta Parra e quindi era chiaro a Starace che sarebbe stata l’interprete ideale dei testi sulla Deledda. Ma nella lavorazione il disco è diventato un’opera collettiva; tanti i musicisti che vi hanno partecipato, dal grande Stefano Saletti, artefice della Banda Ikona, a Canio Loguercio, da Elisa Carta a Mirco Menna. Gli arrangiamenti sono stati curati da Andrea Lubino e Fabio Manconi che suona anche la chitarra e la fisarmonica; alla batteria Andrea Lubino, al basso Massimo Canu e poi tanti gli ospiti nelle undici canzoni del CD: da segnalare, tra gli altri, l’intervento di Tony Chessa al flauto traverso; Michele Garofalo e Roberto Chelo al corno; Emanuele Dau tromba e Stefano Saletti al bouzouki.

 

Un album corale, dunque, che ci fa vedere i paesaggi della Sardegna antica. La voce di Claudia Crabuzza ci riporta al silenzio delle campagne, alla terra fredda, dal gelo dell’inverno alla festa della primavera:
“I grappoli e le spighe/ gravidi di sole/ il miracolo è avvenuto/ la vita è celebrata/ la vacca sultanesca/ sdraiata ruminava/ senza nulla in bocca/ la vita è celebrata/ Sii gentile con la vite e il grano/ il sangue e la carne della terra”.
Il book di SquiLibri è accompagnato dai dipinti di Narcisa Monni, dalle fotografie di Marianne Sin-Pfaltzer e dagli scritti introduttivi all’album di Dino Gesuino Manca, Neria De Giovanni, Antonello Zanda. Infine, grazie a un QR Code è possibile vedere il documentario sugli “Itinerari deleddiani” curato da Remo Branca nel 1962.

Grazia, la madre
Claudia Crabuzza

Il CD: 1) La vite il grano; 2) La solitudine non si muove; 3) Tra me e te; 4) S’Edra; 5) Fra cent’anni un’altra; 6) Il regno dei sogni; 7) Una cosa da niente; 8) Sa erentzia de sos barones; 9) Visi in fondo al pozzo; 10) Occhi morti; 11) Filos de prata.

 

Articolo pubblicato su Extra Music Magazine, 16 maggio 2023

Le nove vite di Mauro Pagani

di Allfredo Franchini

Cercare accordi, andare a tempo con gli altri, è il segreto di una vita davvero speciale che Mauro Pagani, 76 anni, polistrumentista, compositore, direttore d’orchestra, ci racconta in un libro “Nove vite e dieci blues, (Bompiani, 222 pagine, 17 euro), dove l’autobiografia si dipana con il passo di un romanzo.

Una vita di incontri e di fughe: l’allontanamento da casa, il distacco volontario dal successo raggiunto, il trasferimento a New York, le passioni, l’attenzione per gli altri. Dal rock della Pfm con cui aveva avuto successo in America alla poesia di De André, dal Festival di Sanremo all’impresa delle Officine meccaniche, uno dei maggiori studi di registrazione audio e video. Un padre autoritario capace di spaccargli in testa il violino per poi portargliene uno dopo due ore dopo da cui ha imparato l’importanza di studiare. E non poteva essere diversamente per chi veniva dagli anni Sessanta quando all’esame di maturità – al liceo classico – si portavano le materie di cinque anni. Un diploma – dice – che oggi potrebbe equivalere almeno a una laurea triennale. La storia di Mauro è intrecciata con i cambiamenti dell’Italia, dalla rivoluzione beat al rock dell’impegno, quando la musica faceva parte del bagaglio culturale di ogni ragazzo. 

 Non si è fatto mancare niente, Pagani, andato via da casa a diciotto anni in giro per il mondo, partito in autostop con cinquemila lire in tasca. On the road, sulle ali di Kerouac, dei poeti della beat generation e di Bob Dylan. Erano gli anni in cui debuttavano discograficamente i Pink Floyd, i Doors, Jimi Hendrix, i Traffic, Janis Joplin, i Procol Harum. In America avevano esordito Frank Zappa e i Jefferson Airplane; in Inghilterra i Cream e John Mayall e i Bluesbreakers con Eric Clapton senza contare i Beatles. E tutti loro travolsero il mondo con una nuova onda sonora. Nasce il sound delle piazze, canti di lotta, di rabbia e di poesia diventano la colonna sonora dell’Italia nella convinzione che la musica contribuirà a cambiare il mondo. S’innalzano allora alcune frontiere musicali: gli Area con i loro pezzi d’avanguardia in cui dimostrano di aver intuito tante cose che sarebbero state suonate dopo; Demetrio Stratos, maestro della voce che praticava la diplofonia, una tecnica vocale della Mongolia che consente ad alcuni solisti di emettere contemporaneamente due voci distinte, una che accompagna e una che sale altissima modulando melodie inimitabili.

E poi il rock progressivo con il quale la Pfm scala le classifiche americane. Pagani compone “Impressioni di settembre”, la canzone che ha una caratterista dirompente per l’epoca: il ritornello non è cantato ma suonato con il moog; in America il brano “È festa”, un trionfo del suono, diventa “Celebration” e il gruppo scala le classifiche. Dura sette anni l’avventura da rockstar condivisa con Di Cioccio, Mussida, Dijvas ma, giunto all’apice del successo nel 1977, Pagani lascia la Pfm. Dopo aver girato gli States, si pone una domanda: “Che cosa vuoi fare da grande”? La risposta è il musicista e Pagani ritiene di saperne troppo poco e di dover studiare, non vuole continuare a cantare tutte le sere “Impressioni di settembre”. Un’altra vita gli si spalanca davanti portandolo a passo lieve verso la musica del mondo di cui allora nessuno sapeva niente. Non esisteva Internet, la radio non trasmetteva musica etnica, i dischi bisogna andare a comprarli in Grecia o in Africa.

Mauro compone anche colonne sonore e per una di queste, commissionatagli da Gabriele Salvatores per “Sogno di una notte di mezza estate”, Pagani si chiude nei mitici studi di registrazione del castello di Carimate dove, nello stesso periodo, Fabrizio De André registrava il disco dell’Indiano. Nel castello, comprato a caro prezzo dal discografico Antonio Casetta, gli artisti potevano soggiornare e a una certa ora del pomeriggio – per Fabrizio prima mattina – si susseguivano gli incontri tra Pagani e De André. Si erano conosciuti molti anni prima durante la registrazione di un disco di Faber, “La Buona Novella”, quando i turnisti in studio erano gli stessi musicisti che avrebbero fondato la Pfm. Ma da allora non si erano più rivisti. Pagani scherza: “De André mi volle per la tournée dell’Indiano perché, essendo io un polistrumentista, prendendo me poteva risparmiare un po’ di soldi”. In quei giorni al castello di Carimate tra i due nacque un sodalizio autentico, si capivano al volo. Pagani ha sempre sostenuto di aver imparato tanto da Faber a cominciare dalla scrittura delle canzoni: “La prima regola di Fabrizio era quella di non dare mai giudizi. Lui non dice chi è Bocca di rosa” … L’altra lezione la ebbe quando il capolavoro che avrebbe cambiato il corso della musica, “Creuza de ma”, fu pronto.

Fabrizio aveva scritto tutti i testi, Pagani la musica e pensava di dover ancora arrangiare quei sette pezzi che sembravano poco più di un provino. Fabrizio invece fu netto: “Il disco è questo, non c’è bisogno di aggiungere niente”. La musica vera non necessita di orpelli, sobrietà per un disco a cui all’inizio nessun discografico credette; David Byrne dei Talking Heads lo avrebbe indicato poi come uno dei dieci migliori dischi del decennio nel mondo. Nelle tante vite di Pagani c’è il capitolo delle Officine meccaniche, gli studi di Milano dove passa buona parte della musica di oggi e dove vivono ancora le utopie seguite da un ragazzo bresciano che si definisce il più terrone dei lombardi. Quel ragazzo che ama Napoli e anche per questo ha riscritto in chiave etnica gli arrangiamenti dell’Antologia napoletana per Massimo Ranieri; che ama la Sardegna e la sua musica sino a frequentare un corso di Launeddas, e ama la Liguria dove ha un rifugio.

Un uomo capace sempre di ricominciare da zero: solo qualche anno si era trasferito a New York per cercare nuovi accordi, ascoltare ed esibirsi nei piccoli locali per il gusto di suonare con altri artisti americani. Quattro anni passati di recente in una casa a poca distanza da Chinatown, dal Village e da Little Italy sino a quando si chiuse anche la pagina di quella vita. Poi due anni fa l’incidente: “Ero a casa”, racconta Mauro, “vidi il volto di mia moglie frangersi in diversi pezzi. Andai in ospedale e mi venne il coccolone”. Al risveglio nomi, facce, episodi erano scollegati. Era giunto il momento di ricostruirli in un libro: una foto di gruppo con un musicista. Da allora la sua vita è cambiata ma solo in apparenza: “Studio, scrivo, rifinisco e definisco ogni nota e alterazione godendo del piacere di immaginarmi come verranno eseguite e interpretate”. Nove vite in attesa di una nuova fuga.

 

Pubblicato su Extra Music Magazine, 25 ottobre 2022

Jastemma, l'altra faccia di Scampia

La nuova scuola genovese tra cantautori e rap

Scritto e ideato da Claudio Cabona

Diretto da Yuri Dellacasa e Paolo Fossati

Consulenza storica: Laura Monferdini

Musiche di Pivio e Aldo De Scalzi

Produzione: Gagarin Film con la collaborazione di Genova Liguria Film Commission

Distribuzione: Zenit Distribution

Durata: 72’

 

Di Alfredo Franchini

 

La canzone d’autore fu rivoluzionaria come oggi lo è il rap. Linguaggi diversi ma sentimenti identici: è la conclusione del docufilm “La nuova scuola genovese”, scritto e ideato da Claudio Cabona. Il film mette a confronto i pionieri della canzone d’autore coi giovani rapper mentre la terza protagonista è la città di Genova, la culla dei cantautori. On the road nei luoghi vissuti e cantati da De André, Tenco, Paoli,  tra le case colorate di Boccadasse, la basilica dell’Annunziata, i palazzi visti dall’alto, la collina, il mare. È Genova ma il rapporto canzone-rap esaminato nel film può essere letto in tutta Italia alla stessa maniera.  Chiedersi se Genova è la città dei cantautori – afferma Vittorio De Scalzi, storico musicista dei New Trolls – è come cercare di capire perché Liverpool abbia generato i Beatles o perché il rock and roll sia nato negli Stati Uniti. Gli amici al bar si chiamavano Tenco, De André, Bindi, Paoli, Giorgio Calabrese, i fratelli Reverberi, Lauzi; scrivevano in modo diverso rispetto ai canoni dell’epoca respirando nell’angiporto l’aria spessa, carica di sale, gonfia di odori. “Non cantavamo l’amore idealizzato ma le mignotte”, afferma Gino Paoli al rapper Tedua.  Poi avrà inciso pure  la vicinanza con la Francia e la presenza del porto dove i marinai portavano i primi dischi prodotti in America. “Genova è una città che dà stimoli forti”, spiega Max Manfredi per il quale è sbagliato mettere in contrapposizione cantautori e rapper: “L’unico conflitto”, dice, “può esserci con il pop italiano, almeno quello attuale”. I cantautori cantavano la realtà e c’è anche chi parla del neo realismo in musica: “Il centro storico è stato un vero e proprio set – ricorda Federico Sirianni – i personaggi che lo popolavano non li ho mai trovati in nessun’altra città”.

Cabona, che si è avvalso della consulenza storica di Laura Monferdini, mette a confronto i giovani Izi, Tedua, Bresh, Nader, Disme, Guesan, Vaz Tè, con Cristiano De André, Gino Paoli, Dori Ghezzi, Gianfranco Reverberi, Giampiero Alloisio, Ivano Fossati. Voci che si uniranno alla fine, sulle splendide musiche composte da Pivio e Aldo De Scalzi, per recitare “Litania”, la poesia con cui Giorgio Caproni disvela l’essenza e i colori della città: “Genova città intera/ geranio. Polveriera/ Genova di ferro e aria/ mia lavagna, arenaria”…

Nel faccia a faccia Cristiano De André con Bresh, Gino Paoli con Tedua, Dori Ghezzi con Izi si tocca con mano come i due mondi non siano poi così distanti. Tutti avvertono la responsabilità sociale di chi scrive musica e la necessità di comunicare le proprie emozioni. Cristiano e Bresh si raccontano a vicenda gli inizi, la voglia di suonare, la forza di superare le difficoltà e comunicare agli altri. Due mondi che si avvicinano e che c’è di meglio per due musicisti di suonare insieme? Sono nello storico negozio museo di Via del Campo dove è esposta la chitarra di Faber. Cristiano imbraccia l’Esteve e assieme a Bresh intonano Creuza de ma.

I rapper raccontano le periferie ma lo facevano anche i cantautori; la vita nei quartieri più bui è al centro delle loro storie. C’è chi da ragazzino abitava a Cogoleto e immaginava il centro di Genova come una piccola New York. Questo il racconto: “Il treno passava tra i palazzi della città, guardavo fuori dal finestrino, da una parte le abitazioni che davano sulla stazione e dall’altra il mare, celato dietro i colori accesi dei container. Cresci in fretta in certi quartieri perché devi evitare che ti mettano i piedi in testa ma diventi umile, comprendi e rispetti le persone che vivono ai margini”. La strada li unisce e sono diventati amici: Vaz Tè, Guesan, Tedua, Izi. Amici proprio come i cantautori genovesi: “Non c’era nessuna scuola”, ricorda Gianfranco Reverberi, figura centrale della musica italiana che ha lanciato Tenco, Jannacci, Paoli e Gaber, “il nostro divertimento era solo fare musica”.

La canzone d’autore è stata rivoluzionaria e ora questo ruolo tocca al rap, spiega Giampiero Alloisio. Le due forme musicali nascono come movimento anti borghese e tutte e due rappresentano il mutamento della società. “Se De André fosse vivo non sarebbe un rapper, continuerebbe a fare album sempre più evoluti e sarebbe primo in classifica”, dice Alloisio, “ma se De André avesse vent’anni forse sarebbe un rapper perché il linguaggio che ha adoperato era quello della sua generazione e oggi il modo di esprimersi è un altro”.  Anche Dori Ghezzi, a colloquio con Izi, guarda con attenzione al fermento rap: “Avete linguaggi diversi ma il sentimento è lo stesso. Credo che Fabrizio sarebbe il primo a capirvi”. Come nasce un brano rap? Prima la musica o il testo?  Dori Ghezzi afferma che le canzoni nascono quando meno te le aspetti, specchio dello stato d’animo di un momento. Izi sostiene che poche volte scrive prima il testo e accade solo quando il progetto prevede un particolare arrangiamento orchestrale. “Il rap mi ha aiutato ad abbattere ed esaltare il mio ego”, dice Tedua a Gino Paoli il quale ritiene che oggi personalmente sceglierebbe il rap ma a patto di farlo proprio, in modo originale. Quello che conta – dice Paoli dalla terrazza della sua splendida casa a Nervi– è la verità; non mi interessa l’intonazione di un cantante divido le persone tra vere e false. Ivano Fossati, cantautore e poeta, musicista che ha attraversato gli anni d’oro della discografia, non nasconde l’ammirazione per i rapper: “Sono cantautori e anche di più, hanno un coraggio particolare, pensieri altissimi collegati spesso a frasi di servizio. Frasi che potrebbero sembrare banali ma sono musica. C’è una libertà che loro si sono presi alla quale noi non abbiamo avuto il coraggio di accedere; per questo dobbiamo guardarli con attenzione”. Parlare di territori piccoli, del loro quartiere, delle loro strade e avere la capacità di vedere lontano è la caratteristica dei rapper ma da qui emerge il legame profondo con chi cantò addirittura una sola strada, Via del Campo, e un solo quartiere, la città vecchia, descrivendo il mondo dei dannati della terra, i disperati, i ladri, le puttane.  Fossati perdona i   rapper che navigano fuori dalla cultura musicale: “Credo che nel tempo possano creare una cultura diversa, è una delle loro forze, non hanno timori reverenziali”. Ma a Genova non tutto fila liscio, non ci sono solo balconi adornati con la pianta del basilico e i gerani. “È una città che ti comprime”, dice Alloisio, “c’è un atteggiamento borghese nei confronti degli artisti, se uno riesce a esprimersi qui poi avrà successo”.

Pubblicato su Extra Music Magazine, 10 maggio 2022